POKE tra tendenze e nuove abitudini
Il Poke è entrato nelle abitudini degli italiani, quasi inaspettatamente e in barba a chi lo definiva solo "una bolla". Ma qual è il segreto del suo successo?
10/4/20262 min read


Il 28 settembre si è festeggiato il Poke Day.
Ma la vera domanda è: chi decide cosa finisce nella ciotola?
Dopo diversi anni di crescita e diffusione, su cui forse all’inizio non tutti avrebbero scommesso, il poke è ormai entrato nel paniere di consumo di una buona fetta degli italiani, soprattutto tra Millennials e generazioni più giovani.
Complice anche la crescita dei due principali brand italiani, Poke House e I Love Poke, siamo ormai tutti abbastanza avvezzi alla ciotola di riso con proteine, vegetali e topping vari.
Un piatto che, diciamolo, ormai ha forse poco a che fare con il tradizionale piatto hawaiano.
Ma c’è un dato interessante: qual è la poke più venduta?
Non una ricetta studiata da uno chef, non una composizione signature, ma quella che ognuno può costruirsi a proprio piacimento.
Secondo i dati di Glovo, il 53% delle poke ordinate è “componi tu”. Non una ricetta, quindi, ma la possibilità di mettere insieme i propri gusti preferiti.
Personalizzazione.
Forse è proprio questa una delle chiavi del successo di un piatto apparentemente “etnico”, ma che in realtà non potrebbe essere più vicino ai nostri gusti. Perché non esiste piatto più personalizzato di quello che ci costruiamo da soli.
Ma questa cosa piace alle aziende di ristorazione? Ni.
Da una parte, la possibilità di personalizzare può essere un potente driver di fatturato, soprattutto se il cliente dimostra di apprezzarla così tanto. Dall’altra, però, significa anche cedere una parte del controllo sul prodotto.
Il mix di vendita diventa meno prevedibile, la gestione degli acquisti più complessa, la produzione meno standardizzabile, i costi sono più difficili da controllare.
E anche il risultato finale può diventare un'incognita. Il cliente potrebbe costruire una combinazione poco equilibrata e poi attribuire comunque al ristorante la responsabilità di un prodotto che, di fatto, non è mai stato realmente “testato”.
Come si gestisce allora questa apparente contraddizione? Probabilmente con numeri, analisi e programmazione.
Se lascio al cliente la libertà di scegliere, devo essere ancora più bravo a leggere le sue scelte, capire quali ingredienti vengono combinati, prevedere i consumi, gestire il food cost,ridurre gli sprechi, standardizzare i processi.
In altre parole: più libertà per il cliente può significare più disciplina per l'azienda.
Ed è forse proprio qui che si gioca una parte importante del successo dei grandi format di poke.
E tu cosa preferisci?
Poke già composta o “Fai da te”?Ma la vera domanda è: chi decide cosa finisce nella ciotola?
